MEMBERSHIP |
BECOME A FRIEND
> Scopri come entrare a far parte del club degli Amici della Fondazione

Iscriviti alla newsletter per rimanere aggiornato
Enrico Gusella
Segni del tempo per Sant’Agnese

“Il piacere più grande ce lo danno i frammenti, e non a caso nella vita proviamo il più grande piacere quando la vita stessa ci appare come un frammento, e come il tutto è per noi raccapricciante, com’è orribile, in fondo, la perfezione di tutto ciò che è compiuto”

(Thomas Bernard, Antichi Maestri)

Il frammento come un sistema di segni, quale modo antico, archeologico (1) di percepire e di rappresentare le cose e gli oggetti, ma anche forme e configurazioni.
Il “frammento” etimologicamente deriva dal latino “frangere” cioè “rompere”, e da “frangere” derivano altri due termini lemmi che costituiscono parte rispetto a un tutto: “frazione e frattura”.
E sul frammento, o meglio sui frammenti si sviluppa l’indagine fotografica di Marco Maria Zanin (Padova, 1983) che si è cimentato su di un ex luogo sacro, una chiesa sconsacrata, la Chiesa di Sant’Agnese a Padova, sorta di spazio scenico che, in più fasi della propria vita, ha visto avvicendarsi identità diverse, ma anche subire alterità diverse, per diventare a breve una nuova identità.

Del resto fotografare e affrontare un’architettura sacra, o che tale è stata – e che contiene storie su tempi e modalità diverse – è di certo una cosa complessa e di non facile soluzione. Affrontarla, poi, nella fase di un recupero, nel restauro dell’oggetto e nella sua rinascita diventa un’azione concettuale.
Ed è questo l’ambito, la modalità nella quale è intervenuto Marco Maria Zanin in una sorta di reportage sull’ex luogo sacro, di natura squisitamente concettuale.

 

Marco Maria Zanin, Chiesa di Sant’Agnese / Lunette-mappamondo, 2019, Stampa fine art su carta cotone, Dittico, 137,5×110 cm ciascuno

 

Eretta in età anteriore al 1202 la chiesa, collocata sull’omonima via che si affaccia sulla storica via Dante, in origine aveva sul fianco un portichetto con funzione cimiteriale oltre ad essere molto più bassa rispetto all’attuale configurazione. Nel XVIII secolo la chiesetta ospitò la Pia Unione dei Servitori di Padova che sopperiva ai bisogni dei domestici inabili ed ammalati.
Per quanto riguarda la struttura architettonica, la facciata è ornata da un portale in pietra di Nanto dei primi del XVI secolo, ma di gusto ancora quattrocentesco, ornato da motivi floreali con sfingi nei capitelli e con busti dei due Santi Ambrogio e Agostino.
Il portale fu realizzato da Giovanni Maria Mosca (1493 – 1574) detto “Zuan Padovan”. Sopra il portale, in una piccola nicchia, si trova una statua del Settecento di Sant’Agnese che sostituisce quella dello stesso Giovanni Maria Mosca. Mentre dell’antica chiesa a una sola navata rimane il campanile romanico a canna quadrata con cella munita di monofore, che termina con una cornice a mensole in cotto. Del XV secolo sono invece le campane.
Chiesa di riferimento nel corso del Medioevo, la struttura di Sant’Agnese nel Settecento venne rialzata. E durante la seconda guerra mondiale, un bombardamento distrusse una parte della canonica che non venne più restaurata. Così, al termine della guerra, nel 1947 Sant’Agnese fu sconsacrata dal Vescovo della città, Monsignor Carlo Agostini, e in seguito venduta a dei privati, diventando dalla fine degli anni Quaranta un’autofficina la cui attività cessò alla fine degli anni Ottanta, diventando in seguito un luogo abbandonato e di degrado.

La chiesa, tra l’altro, annoverava anche importanti opere d’arte, tra cui un dipinto del Tiepolo che fu trasferito alla Chiesa di San Nicolò, e alcuni dipinti del Ciriello (artista del Seicento).

Così Zanin, su commissione della Fondazione Alberto Peruzzo che in  Sant’Agnese darà vita ad un Centro per l’arte contemporanea, è intervenuto all’interno dei luoghi e dell’edificio nel corso del restauro, lungo la pianta e il perimetro della Chiesa – le superfici sono coperte da un particolare soffitto a volte e a crociera alto nove metri, mentre alle pareti sono le tracce di alcuni affreschi, ormai irriconoscibili – cercando di immortalare quei segni e frammenti da cui scaturiscono le storie e le vicende di Sant’Agnese.

Sono così le stratificazioni di mattoni su mattoni, i colori che si intrecciano, frutto di identità e alterità, ma anche una sorta di contrapposizioni segniche tra interno/esterno, dentro/fuori, superficie/profondità, identità/apparenza, entro cui Zanin sviluppa un quadro rappresentativo circa la possibilità di ricostruire un’identità e una storia.
In questa prospettiva le fotografie di Zanin assumono una connotazione tipicamente narrativa analoga ai racconti dello scrittore francese Georges Perec (1936-1982) in cui per temi e categorie vengono evidenziati intrecci, stilemi e percorsi del “testo verbale” e visivo, interni ad una dimensione spazio-temporale e a quel possibile recupero/ripristino dell’oggetto o meglio del frammento.

Così la fotografia, quale sistema narrativo diventa per Zanin la dimensione visiva nella quale i segni presenti – travi, frammenti, campanelli, rilievi, capitelli, mattoni, lunette, squarci – sono gli elementi cardine – si veda in proposito la ripresa fotografica delle travi, come esempio su cui ricostruire e ri-comporre il tutto.
Ed è in una sorta di delimitazione del campo e dello spazio figurativo, che Zanin rappresenta la citazione – il frammento è anche una citazione – il contenuto, o meglio “l’ordine di un discorso”, ma anche il silenzio e il vuoto, i cui riconoscimenti e le cui identità si susseguono mediante una ri-composizione ideale/strutturale, astratta/figurativa, concettuale/cognitiva, dentro la quale la fotografia può ri-collocare e impaginare la storia e le vicende di Sant’Agnese.
E i frammenti immortalati da Zanin diventano i capitoli di un’opera aperta, che si snoda attraverso rinvii e rimandi, forme e segni o di una battaglia sul campo – Sant’Agnese del resto di guerre ne ha viste molte, e da ultima si è ritrovata ad essere deposito, officina, ricovero per oggetti mobili e in movimento: le auto da riparare.

 

Marco Maria Zanin, Chiesa di Sant’Agnese/ Officina, 2019, Stampa fine art su carta cotone, 110×137,5 cm

 

E leggere le fotografie di Zanin, lungo questa selezionata raccolta, è allora il modo per dare corpo ad una storia, per individuare le fonti di un’archeologia contemporanea in discussione, in un’opera traversale dalla continua mutazione.

Le stratificazioni ritratte e conservate ne sono la diretta testimonianza, la trama prima, in tutti i sensi, della struttura formale, di un’identità concreta e reale.
E proprio su questi codici si articola l’indagine di Zanin, che trova nel muro squarciato la sua più ampia espressione, una catarsi filologica sulla quale riaprire una produzione di senso, uno sguardo sul contesto e sulla storia.  E che trova un’annunciazione simbolica prima ancora che teorica.
È il campanello! Il segno di apertura sulla soglia e il limite, sull’ingresso e su di un nuovo capitolo. Verso la riapertura e verso un mondo, o anche verso una città, non sempre in grado di leggere e vedere segni identitari e caratteri della storia o meglio ancora delle storie. Come anche le scritte che ricordano i tempi dell’officina, sorta di archeologia contemporanea, sicuramente utili ad ampliare i propri orizzonti. E Sant’Agnese, in questo senso vanta molte prospettive.
Come la “via di fuga” che si staglia verso la punta del campanile, dal basso verso l’alto, che delinea un orizzonte nel quale Zanin tiene l’oggetto ancora nascosto in prospettiva, come se il guado fosse ancora oscuro – il Centro mentre andiamo in onda sta per sorgere – e la scala e le travi che puntellano la struttura è invece l’indice di una presenza volta a sostenere una prospettiva reale, un punto di fuga per nulla banale, anzi, giocare sull’ambiguità visiva è anche il carattere della capacità ideativo/figurativa.
In una forma complessa entro cui sia possibile ricostruire un’identità.
E sullo stesso piano muovono il dittico “Lunette/mappamondo” – due lunette che formano un ovale in grado di creare una forma mistica analoga alle prime mappe del mondo. E due fotografie di grande formato, “Vecchi accessi”, che ritraggono la stratificazione del tempo e che testimonia le diverse trasformazioni delle porte di accesso del luogo. Sfumature e identità, come la luce che entra dalle finestre antistanti, tese a formare un arco, una forma astratta, testimonianza della mutazione del luogo. Del resto, un restauro può servire anche a questo, e le sue riprese fotografiche servono anche a ricostruire le storie di un oggetto trascurato o rovinato, e mutato nel tempo.

 

Marco Maria Zanin, Chiesa di Sant’Agnese / Vecchi accessi, 2019, Stampa fine art su carta cotone, Dittico, 137,5×110 cm ciascuno

 

E se i frammenti di Zanin sono la premessa per la costruzione di una nuova Sant’Agnese che il prossimo anno troverà corpo e figuratività, allo stesso tempo sono anche l’espressione di un lavoro durato mesi, cresciuto giorno per giorno, vissuto quotidianamente con intensità e passione, quasi una sorta di “rovine circolari”, o i passaggi letterari di un grande scrittore e poeta argentino, Jorge Luis Borges (1899-1986) che recita:

“Lo sognò attivo, caldo, segreto, della grandezza d’un pugno serrato, color granata nella penombra di un corpo ancora senza volto né sesso, con minuzioso amore lo sognò, durante quattordici lucide notti. Ogni notte lo percepiva con maggiore evidenza. Non lo toccava, si limitava ad esserne il testimone, a osservarlo, talvolta a correggerlo con lo sguardo. Lo percepiva, lo viveva, da molte distanze e sotto molti angoli” (2).

E da “Le rovine circolari” di Borges alla Chiesa di Sant’Agnese il passo è breve, e i passaggi, i percorsi di un luogo attraverso i frammenti fotografici di Zanin ritrovano allora forma e identità, o quei segni volti ad aprire una nuova pagina, per dar vita ad un nuovo corpo: il Centro per l’arte Sant’ Agnese.

__

1.Archeologico nel senso che gli archeologi prendono un frammento, anche minimo di un tempio, una statua, un vaso ritrovati, e con fiducia ricostruiscono l’intero sulla base di modelli o di idee del tempio, della statua, del vaso che posseggono. (R.Cesarani, “Frammento e dettaglio, in Semiotica del frammento, “Documenti di lavoro”, Centro Internazionale di Semiotica e Linguistica dell’Università degli Studi “Carlo Bo” di Urbino (Gennaio-Febbraio-Marzo 1988), n. 170-171-172, p.
2. J. L. Borges, “Le rovine circolari” in “Finzioni”, Torino, 1985, p.51.