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#ARTonTour – Dia: Beacon. Arte fuori misura

Se visiti oggi New York da amante dell’arte contemporanea – ed è un viaggio che va fatto, potendo, almeno ogni 2/3 anni – non puoi non segnare in agenda una gita fuori porta verso nord, lungo l’Hudson.
Qualche chilometro dopo il nuovissimo Magazzino Italian Art – del quale vi abbiamo parlato in questo articolo – ti troverai di fronte al maestoso Dia: Beacon.
Si tratta di una enorme ex fabbrica per la produzione di scatole di biscotti della Nabisco, 34 mila mq distribuiti su 4 fabbricati collegati, che ora è divenuta il regno della grande arte minimal americana, e non solo. Si susseguono opere mastodontiche di artisti come Donald  Judd, Dan Flavin, Andy Warhol Richard Serra, Sol Lewitt, John ChamberlainJenny Holzer.

Dia è una fondazione nata a New York nel 1974 su iniziativa di tre privati per aiutare gli artisti a realizzare progetti visionari che altrimenti non avrebbero visto la luce a causa delle dimensioni dei lavori.
Il nome “Dia” deriva da queste intenzioni e in greco antico significa “attraverso“. Oggi Dia è una costellazione di siti ed installazioni, a New York, nel resto degli Usa e nel mondo. Oltre alle sedi di Chelsea (Manhattan) e Beacon (stato di New York) nel corso degli anni Dia ha collaborato con altre organizzazioni per aiutare le visioni e le aspirazioni degli artisti – un esempio tra gli altri: l’installazione di Donald Judd a Marfa in Texas.

Nel 2003, la Dia Art Foundation ha aperto Dia: Beacon sulle rive del fiume Hudson a Beacon, a 100km da New York, in una ex fabbrica Nabisco. Il museo presenta la collezione d’arte di Dia dagli anni ’60 ad oggi, nonché mostre speciali e programmi pubblici. L’intervento architettonico di recupero ha lasciato quasi inalterati l’ambiente e la luce, e gli orari di apertura seguono il ritmo delle stagioni in quanto lo spazio vive quasi esclusivamente di luce naturale, anche per esaltare le opere minimal ‘fatte di luce’ artificiale – Flavin in primis. Ci è capitato, quindi, di doverci affrettare verso l’uscita alle 4 di un pomeriggio d’inverno in condizioni quasi di oscurità in alcune zone dello stabile. Nonostante gli oltre  3 mila mq di sole vetrate. In alcuni casi le gallerie sono state progettate in collaborazione con gli stessi artisti. Un luogo che vive per l’arte e che ospita arte che non potrebbe essere esposta altrove. Sembra quasi che la destinazione per la produzione di scatole di biscotti sia stata solo una parentesi di quella che doveva essere la missione finale di uno spazio che è un unicum a livello internazionale. 

La geometria e la serialità delle opere, lo spazio immerso nel verde vicino al fiume, e le metrature di grande imponenza, suggeriscono una liturgia importante e silenziosa che esalta l’arte, a pochi minuti di viaggio dal ‘cuore del caos’ di Manhattan.
Se Flavin, Morellet, Sol Lewitt, Judd, Serra, avessero progettato le loro opere per uno spazio in particolare – in qualche caso lo hanno fatto veramente – lo avrebbero fatto pensando a questo spazio. Un luogo dove ci si perde, in senso reale ed in senso metaforico, come ci si può perdere davanti ad una scatola di biscotti, e dove l’intervento di archeologia industriale ha mantenuto e non ha stravolto.

Sol Lewitt realizzò parte dei suoi wall drawings per Dia: Beacon direttamente, il resto venne realizzato dal suo studio più tardi, secondo i dettami e la prassi dell’artista. LeWitt ha inaugurato un nuovo genere che avrebbe esplorato per il resto della sua carriera: i disegni murali sono il risultato di una serie di istruzioni che variano in complessità e scala,  e per le quali è più importante la pianificazione che la realizzazione. In questo contesto ha sperimentato la larghissima scala, su invito del Dia nel 2006.

Nel 1979 Dia commissionò un lavoro a Warhol, per poi acquisirlo. Anche in questo caso l’artista ha colto l’occasione per cimentarsi su dimensioni mai provate prima. Il lavoro comprende un totale di 102 tele, a tema astratto, ma legate da un filo conduttore; il numero di tele esposte in ogni installazione è determinato dalle dimensioni dello spazio espositivo che le ospita. Per l’installazione attuale a Beacon si contano 72 tele.

Dia, quindi, negli anni ha costituito una vera occasione per artisti, minimal e non, di provare a sperimentare qualcosa di nuovo e di grande, e la nascita di Dia: Beacon è stata un omaggio a chi non vuole porre limiti alla creatività artistica e a chi interpreta l’architettura per l’arte come ad un esercizio che ha una finalità ultima di sintonia e di servizio – e non viceversa – nonché di immersione totale.