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“Resistenza e Liberazione” le parole di Michelle Coudray

Il 21 settembre 2021 presso l‘Archivio Antico di Palazzo Bo, sede dell’Università di Padova si è tenuta la conferenza stampa a seguito dell’intervento di restauro dell’opera dell’artista Jannis Kounellis, “Resistenza e Liberazione” situata nel Cortile Nuovo. Tra gli interventi quello della Presidentessa dell’Archivio Kounellis, nonché compagna dell’artista, Michelle Coudray.

«Vorrei prima di tutto ringraziare a nome dell’Archivio Kounellis tutti quelli che hanno collaborato al restauro del lavoro di Jannis Kounellis nel cortile dell’Università di Padova Palazzo Bo: il Rettore Prof.re Rosario Rizzuto, la Prorettrice Prof.ssa Giovanna Valenzano, la Fondazione Alberto Peruzzo che lo ha reso possibile, il Prof.re Guido Bartorelli per il testo che ha scritto, il Prof.re Gilberto Muraro che era Rettore nel 1994 e la Commissione del 1994, presieduta dal Prof.re Arturo Borsai, che ha effettivamente dimostrato un certo coraggio scegliendo un artista non dei più convenzionali per celebrare la commemorazione di tre importanti figure: Concetto Marchesi, Egidio Meneghini ed Ezio Franceschini».

Da sinistra: Valentina Piovan, Damiano Urbani, Giovanna Valenzano, Michelle Coudray, Alberto Peruzzo

Continua: «Jannis ha sempre trovato un punto di partenza per creare un’ “immagine“, come se avesse sempre voluto coinvolgerla, tenendo conto del luogo, del momento e delle circostanze. Il suo punto di partenza è lo spazio, in questo caso lo spazio nobile del cortile dell’Università,  Palazzo Bo, e questa attenzione “dall’uscita dal quadro“ era praticata all’inizio degli anni ‘60 dagli artisti dell’Arte Povera e teorizzata in seguito da Germano Celant. Jannis però non ha mai smesso di considerarsi un pittore, lo ha sempre rivendicato: “la mia è la logica di un pittore” che partiva dalla considerazione dello spazio, pensando anche all’affresco; raccontava che nei suoi primi anni all’Accademia a Roma andava ogni settimana a Firenze per visitare Masaccio nella Cappella Brancacci. Uno spazio interno dunque, non ha quasi mai usato un luogo all’aperto che non avesse un appiglio architettonico. Questa generazione di artisti ha lavorato in tutti gli spazi dove una volta c’erano il lavoro e vita, rispettando così l’architettura di questi luoghi dettata dalle loro funzioni (vecchi palazzi, vecchie fabbriche in disuso, ex chiese) facendo anche una mostra nella pancia di un cargo mercantile al Pireo. Scelse di sistemare il lavoro nella posizione meno retorica possibile all’angolo del Cortile Nuovo sotto le arcate; l’inserimento nell’architettura era un suo credo, dettava la misura del suo intervento, e questa è una regola che ha sempre rispettato, evitando di imporsi (usava la parola “inserirsi nello spazio“) e cercando un dialogo con gli eventi che avevano segnato il luogo, un aggancio storico o letterario. In questo caso la figura di Galileo e la sua cattedra, tutta fatta di semplice legno, furono il suo punto di partenza, unito ideologicamente con la grande lezione di civiltà e di cultura rappresentata dai tre professori. Inutile dire che si sentiva molto partecipe delle loro lotte e onorato dalla scelta della Commissione».

Jannis Kounellis, Resistenza e Liberazione, Padova, 1995, Foto: Marco Furio Magliani, 2021

«Questo muro di frammenti molto sobrio, costruito su due elementi in dialogo, come nella più grande parte dei lavori di Jannis, una struttura ed una sensibilità, le vecchie lastre di legno vissute, quasi monocolore, raccolte in giro per la città, sempre in eccesso, tutte sparse al pavimento. Con occhio attento e gesti lenti le sceglieva una dopo l’altra e chiedeva al suo assistente Damiano Urbani che fossero disposte una sopra l’altra come un ricamo, senza soffermarsi sul lato estetico, sul colorino piacevole verso il quale l’occhio poteva fermarsi per un attimo e dopo una costruzione meticolosa lo lasciava libero e leggero fino al soffitto del portico».

«I Frammenti di legno hanno una data ed un percorso, la prima volta a Berlino nelle finestre del palazzo Martin Gropius Bau che si affaccia sul bunker della Gestapo distrutto e all’epoca ancora riempito di frammenti, poi anche in teatro con Carlo Quartucci e altre occasioni».

Infine: «Le tre bandiere che chiudono i pannelli sul lato, senza retorica, che scendono non sbandierate, con semplice gestualità all’angolo, come fossero un getto di colore, come se fossero fiori. Penso che le bandiere hanno anche in questo caso, come i fiori che ha usato in certi lavori e sulla scena in teatro, un significato di nobile lutto. Ha voluto essere estremamente sobrio perché ha sempre tenuto ferma in mente l’occasione per la quale stava lavorando e il grande rispetto per i tre professori a cui era dedicato questo suo “affresco”. Non ha mai derogato a questa regola, ed ogni volta che ha partecipato ad una commemorazione ci si è avvicinato con grande delicatezza. Lo fece per il pittore Mario Mafai che fu un suo professore e per il quale gli fu chiesto di collaborare ad una mostra. Fece un semplice gesto, mise al muro una serie delle sue lamiere di ferro con delle mensole nude sulle quale appoggiò semplicemente, uno accanto all’altro, i quadri di Mafai, come prenderlo in braccio e nient’altro. Mafai diceva che la sua era una generazione del “dopo- dopoguerra“  e Jannis ne condivideva lo spirito, per questo il suo frammento nasce necessariamente dopo una tragedia, ma ha un compito positivo, è innamorato del frammento che restituisce in un attimo il sapore di un’unità perduta e ne conserva in seme le regole della ricostruzione».

Testo scritto e rilasciato su gentile concessione di Michelle Coudray