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#thepowerofART – Intervento di Matteo Bergamini

“Avevo circa 11 anni quando l’arte si è affacciata nella mia vita.
In realtà, come spesso accade con le passioni, non è stata una stretta di mano cordiale, ma una folgorazione: avevo visto Picasso!

Come mi capitava anche con i libri di storia, amavo partire dal fondo: trovavo date più vicine ai miei anni, che riuscivo a posizionare bene nella mia linea temporale di bambino, e volti di uomini che riconoscevo anche nei nomi delle strade…la possibilità di traslarli da un libro alla realtà mi rassicurava rispetto a secoli e vicende che sentivo lontanissimi, mi dava la possibilità di “immaginare” la storia.

E immagino che fu per questo motivo che mi colpì così tanto Cabeza de mujer llorando con pañuelo, che ancora oggi vado a salutare ogni volta che mi trovo a Madrid, al Reina Sofia.
Era lì, a confronto con Raffaello, in un capitoletto dedicato all’idea del bello. E mentre il pittore urbinate pacificava gli animi io quasi mi esaltavo per questa contrazione di forme del 1937, per la capacità di svelare violentemente il senso del dolore della donna, della tragedia della storia nei suoi colori acidi.

Pablo Picasso, Cabeza de mujer llorando con pañuelo

Scoprii anni dopo che questi ritratti servirono alla composizione di Guernica e che il volto delle donne piangenti era ispirato al viso di Dora Maar.

Penso ancora oggi che mi iscrissi all’Istituto d’Arte di Modena a causa di quell’immagine. Fu però una mostra che cambiò davvero la mia percezione, che mi spinse a iscrivermi all’Accademia di Belle Arti.

Era il 2002, avevo 17 anni, e con un amico una mattina anziché andare a scuola prendemmo il treno per Milano; lui voleva farsi un giro, io avevo letto su un settimanale di una esposizione intitolata “New York Renaissance. Dal Withney Museum of American Art”, a Palazzo Reale. New York era un miraggio, le Torri erano implose da poco e avvicinarmi idealmente alla Grande Mela attraverso una serie di “capolavori della Pop Art” mi incuriosiva.

La curiosità, camminando da una sala all’altra, si trasformò in euforia, in felicità, in commozione, in estasi: per la prima volta scoprivo l’America!
E non alla televisione, non sui giornali ma lì, nelle sale di un museo dove mi trovavo faccia a faccia con i mozziconi giganti in poliuretano di Claes Oldenburg, il Grande Nudo Americano di Tom Wesselman, l’iperrealismo urbano di Richard Estes, e poi Keith Haring, gli aspirapolvere di Jeff Koons, i messaggi di Barbara Kruger, Andy Warhol, Jim Dine e Jackson Pollock, solo per dirne alcuni.

Quella mostra, lo ricordo lucidamente, fu una sterzata al mio modo di vedere le cose, di immaginare i musei, di pensare all’arte che – in questo modo, cioè “dal vivo” – si faceva sempre più vicina a me, sempre più limpida, mentre a scuola ovviamente la classe restava indietro sul programma…e in fondo ai libri non si arrivava mai.

Non avevo ben chiaro se volessi fare il fotografo, l’artista nel senso pittorico del termine, il critico…però ero ben consapevole che volevo vivere circondato da “quelle cose” che nessuno dimostrava di aver interesse di capire, al di fuori della mia amata Brera.

Sono iniziati gli adii e i nuovi incontri di sensibilità più affini alla mia, oltre alle prime esplorazioni di gioventù, mosse dalla voglia di incontrare i “grandi”: Yves Klein nella sua meravigliosa retrospettiva al Centre Pompidou; Louise Bourgeois alla Tate Modern, Documenta e Münster per la prima volta nel 2007; le Biennali di Venezia e di Berlino, l’Olanda e i suoi musei, e ovviamente lei, New York.

Eppure non credo di aver mai pensato all’arte nell’accezione di viaggio, ma piuttosto come a un territorio da esplorare; una città-labirinto situazionista dove bisogna approdare e imparare a orientarsi a proprio modo, sapersi adattare a lingue sconosciute, a modi di vivere e sentire diversi dai propri, a visioni che non sono la tua ma che, come per incantesimo, non entrano in collisione con te. Anzi, si aprono dialoghi, ci si confronta.

È per raggiungere questa città magica, invece, che bisogna intraprendere il viaggio. A ognuno la decisione di scegliere con quale mezzo.

Matteo Bergamini

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MATTEO BERGAMINI | Classe 1984, Direttore Responsabile Exibart, critico d’arte e curatore. Collabora con D La Repubblica Magazine. Nel 2010-2011 ha lavorato per Confine Art Magazine come caporedattore. Negli stessi anni ha lavorato per Juliet Art Magazine, Kritika e DDN Design Diffusion News. Da aprile 2014 è giornalista associato all’Ordine Nazionale dei Giornalisti, Roma, e membro dell’AICA – International Association of Art Critics. Ha partecipato come relatore a lezioni e conferenze (Marble Weeks, Carrara; NABA, Milano; Brera Academy of Fine Arts, Milano; Museo Poldi Pezzoli, Milano, tra gli altri) . Tra le ultime mostre curate “BienNoLo”, Milano, Ex Spazio Cova, 2019; “Marcella Vanzo. Svegliare i vivi, svegliare i morti ”, Venezia, Fondazione Berengo, 2019; “Aldo Runfola”, Galleria Michela Rizzo, Venezia, 2018; “Luca Gilli. Di / Stanze ”, Milano, Museo Diocesano, 2018.