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#ARTinterview – Intervista a Marco Maria Zanin

Abbiamo rivolto alcune domande a Marco Maria Zanin, autore dell’esclusivo progetto fotografico della Chiesetta di Sant’Agnese che sveleremo nei prossimi mesi. Conosciamolo insieme.

Cosa ti affascina della fotografia, in particolare della pratica analogica? Quali sono i limiti e vantaggi di espressione di questa tecnica?
Come si inserisce la scultura nella tua evoluzione artistica?

La fotografia permette di mostrare ciò che è nascosto sotto il velo della materia, della realtà oggettiva. E’ un mezzo che ci avvicina alla sorgente dell’esistenza, come se permettesse non tanto di vedere, ma di ascoltare, di sentire ciò che pulsa dentro ciò che ci circonda. Ho scelto da sempre la pratica analogica proprio perché credo che la sua forza stia esattamente nei suoi limiti. L’ampio margine di errore, l’imprevedibilità, i tempi più lunghi, la manualità, la tecnica, mi aiutano a incanalare l’impulso, il desiderio di conoscere ed esprimere, di modo da arrivare ancora più nel cuore della cosa che voglio cogliere e rendere il risultato più rotondo e incisivo.

La scultura, più che la fotografia che nel piano bidimensionale assume una dimensione atemporale e incorporea, mi interessa perché, nella sua tridimensionalità, è più legata al qui ed ora. Spesso gioco tra le due, ovvero la scultura è fotografata, oppure all’interno di uno spazio espositivo creo un dialogo tra un oggetto e una fotografia. La scultura è un’ulteriore ‘trasfigurazione’ del punto di partenza da cui creo una rilettura, e accade che questo è trasformato in un altro materiale, spesso la ceramica, così da farlo vibrare sotto una luce più misteriosa e contemporanea.

Esiste uno o più elementi ricorrenti nella tua produzione artistica?
Indica uno o più aggettivi con cui descriveresti la tua estetica e spiegaci perché.

Negli ultimi anni ricorrente è l’uso della fotografia solo come ultima parte di un processo che inizia ben prima, con uno ‘scavo’ su determinate aree etnografiche, soprattutto legate alle tradizioni popolari del mondo rurale. Ricorrente è anche l’identificazione di alcuni elementi appartenenti a tali aree, che vengono decontestualizzati per subire una modifica, una trasformazione orientata a dinamizzarli e valorizzarli; spesso accade che siano oggetti di uso comune legati al mondo del lavoro, o oggetti che ricoprono un valore affettivo per le comunità e gli individui con cui entro in contatto. E’ molto importante la decontestualizzazione dell’oggetto per accostarlo ad altri orizzonti di significato, per portarne alla luce il valore simbolico, quindi, spesso lavoro con la tecnica dello still life, mettendo l’oggetto su fondo bianco, lasciando che siano la luce e l’ombra a farne emergere l’anima. La qualità dell’immagine, in questo processo, è molto importante perché è anche attraverso la perfezione dei dettagli che questo ‘altro’ nascosto dentro l’oggetto si può esprimere: mi viene in mente il mio ultimo lavoro, ‘Mascara’, in cui ho fotografato l’intera produzione di maschere di uno sconosciuto straordinario artigiano portoghese, in cui non c’è nessuna manipolazione o intervento sull’oggetto ma solo la fotografia che attraverso dei negativi di grande formato particolarmente ben riusciti registra ogni gesto dell’artigiano sul legno, e un dialogo tra luce e ombra dove l’ombra ha la meglio e fa emergere tutta la vitalità e la potenza della maschera.

Come aggettivi per descrivere la mia fotografia userei ‘silenziosa’, perché è proprio in uno spazio vuoto che cerco di portare chi la osserva. Nonostante questo vorrei fosse sempre più ‘vitale’, nel senso che possa attivare processi di espansione e comprensione.

Le tue immagini lasciano affiorare richiami ed evocazioni attraverso la trasfigurazione di un singolo oggetto o di un frammento. Quale significato si cela dietro al dettaglio e quale storia può raccontarci?

Il frammento è ciò che George Didi-Huberman chiama ‘sintomo’ di un qualcosa di marginale o sommerso, che però appunto, nonostante non sia momentaneamente al centro della nostra attenzione, è comunque vivo e ricopre una sua importanza. Questo ‘sintomo’ è spesso per me il punto di partenza di un gesto che desidera proprio spostare l’attenzione da ciò che è alla nostra portata per ampliare e differenziare il punto di vista, integrando un orizzonte di senso che in un certo momento può arricchire, dinamizzare ciò che è saturo o statico. Mi riferisco per esempio al contesto socio economico occidentale, che continua a riproporre dei pattern che stanno portando, tra le altre cose, disgregazione sociale, danni ambientali, omologazione, disuguaglianze etc. È quanto mai urgente trovare strategie e soluzioni per uscire da queste dinamiche. Secondo la mia visione, una delle strategie più interessanti è quella di riconnetterci alla terra, di recuperare una connessione con la sfera del sacro, del mistero (non in senso religioso): per questo continuo a battere il martello, attraverso il mio lavoro, sulla rilettura delle tradizioni popolari, del mondo legato all’agricoltura o dell’artigianato. Le mie ‘trasfigurazioni’ portano sempre in campo piccole storie quotidiane ma sempre connesse con un aspetto, appunto, sacro o misterioso, di modo da renderci capaci di riconnetterci con le nostre radici.

Secondo te è corretto separare, ad es. nelle fiere, la sezione fotografia da quella arte? Tu dove vorresti stare?

No, non sono d’accordo con questa divisione, credo questo promuova una sorta di dislivello tra le due, come se la fotografia fosse qualcosa di inferiore, o per una nicchia di amatori. Credo questo non faccia bene né al collezionismo né alla fotografia: mi è capitato più volte di incontrare collezionisti diffidenti nei confronti della fotografia (alcuni dei quali fortunatamente poi si sono aperti), che senz’altro se vedessero della buona fotografia all’interno di una galleria dove c’è pittura e/o scultura e/o altri supporti, vi si approccerebbero in maniera diversa. Viceversa separare la fotografia non è neanche utile per chi vi si approccia dalla parte di chi la produce, credo che questo non stimoli a osare, a sperimentare, o comunque ad affinare il linguaggio e i contenuti. Io, pur lavorando con un tipo di fotografia molto tradizionale, senz’altro vorrei stare in una galleria in cui vi sono artisti che lavorano con altri supporti, e senz’altro nella sezione arte. Lo trovo molto più stimolante e costruttivo per tutti.

Qual è il ruolo della fotografia oggi?

Credo che la fotografia, così com’è fruita oggi, non abbia un ruolo di grande rilevanza. Siamo soverchiati di immagini assordanti e la buona fotografia, o la giusta fotografia, non sento che abbia forza sufficiente per mettere a frutto le enormi potenzialità che avrebbe, soprattutto per la crescita e l’espansione del modo di osservare e relazionarsi col mondo dell’individuo e della comunità. Non siamo certo noi che facciamo qualche mostra e qualche fiera a rendere giustizia al ruolo che potrebbe avere e dovrebbe avere la fotografia, anche se molti di noi ce la mettono tutta. Credo che ci sia da lavorare molto sul modo in cui la fotografia è fruita. Faccio un esempio: se alcuni dei lavori prodotti da qualche bravo fotografo potessero essere integrati all’interno di un corso universitario, assieme al libro di testo, questo potrebbe incrementare di molto l’apprendimento, approfondire l’argomento e integrare l’aspetto visivo a quello teorico. E così, trovare altri modi in cui la fotografia possa affiancare altre discipline o intervenire in altri settori. Questo forse potrebbe implementare il ruolo della fotografia.

Opera della serie Os Argonautas